Il Maestro Paroto (o Pasoto) è stata una delle figure artistiche più affascinanti e rappresentative del Quattrocento nella Lombardia orientale. Attivo nella metà del XV secolo e legato al borgo di Cemmo (oggi frazione di Capo di Ponte), questo pittore incarna alla perfezione la transizione stilistica tra il gusto Tardo Gotico internazionale e i primi timidi influssi del Rinascimento lombardo.
La fama del Maestro Paroto è indissolubilmente legata al celebre Polittico di San Siro, realizzato nel 1447 per la Pieve di San Siro a Cemmo. L’opera, dipinta a tempera su tavola con un fondo oro di straordinaria raffinatezza, raffigura al centro la Madonna in trono con il Bambino, affiancata da una serie di Santi particolarmente cari alla devozione locale (tra cui San Siro, San Giovanni Battista, San Paolo e San Pietro).
Storicamente, la pala recava la firma e la datazione dell’autore («Parotus de Cemo pinxit 1447»). Tuttavia, le iscrizioni autografe originali non sono più osservabili, in quanto andate purtroppo perdute a causa di vicissitudini e restauri nel corso del Novecento.
Oggi il Polittico di San Siro non si trova più nella sua collocazione originaria a Capo di Ponte, ma è custodito presso le raccolte d’arte della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, dove rappresenta una delle testimonianze più preziose dell’arte quattrocentesca del territorio bresciano.
Il linguaggio di Paroto si distingue per un’elegante resa formale, per la cura nei dettagli delle vesti e per un uso caldo ed avvolgente del colore. Pur conservando la solennità tipica del Gotico internazionale, le sue figure rivelano la conoscenza della pittura veneto-lombarda del periodo. I volti dei suoi personaggi, per quanto ieratici, esprimono una dolcezza ideale per il dialogo devozionale con i fedeli.
La presenza del Maestro Paroto a Cemmo attesta come questo piccolo centro della Valcamonica fosse diventato, già a metà del XV secolo, un vivace focolare d’arte. Paroto ha spianato la strada alla grande stagione pittorica camuna che avrebbe visto, pochi decenni più tardi, la nascita e l’affermazione del suo ideale «successore» e conterraneo: Giovanni Pietro da Cemmo.
Giovanni Pietro da Cemmo fu uno dei massimi esponenti della pittura rinascimentale nella Lombardia orientale, originario proprio della frazione di Cemmo nel comune di Capo di Ponte, a quel tempo capoluogo.
Le notizie sulla vita dell’artista sono assai poche: nato forse nel 1456, si conosce con certezza che fu attivo tra il 1474 e l’inizio del secolo successivo in una vasta area comprendente la bresciana, il cremasco ed il cremonese. Le sue opere documentate riflettono un linguaggio stilistico di matrice tardogotica con forti influssi bresciani e veneti.
Nei primi anni di attività, il pittore legò il proprio nome alla decorazione di importanti luoghi di culto delle valli bresciane. Tra le sue testimonianze più significative di questo periodo spicca il ciclo decorativo del presbiterio nella chiesa dell’Annunciata di Piancogno (1474/75) e di San Rocco a Bagolino (1483/86), dove dipinse insieme al padre Pasoto.
Con il passare degli anni, il linguaggio pittorico di Giovanni Pietro da Cemmo subì una profonda evoluzione, arricchendosi grazie al contatto con le novità del Rinascimento padano. Nella fase matura della sua carriera l’artista estese il proprio raggio d’azione ben oltre i confini della Valcamonica: fu attivo a Cremona (1498-1504) presso il convento di Sant’Agostino e a Crema per decorare il refettorio del locale convento agostiniano (1507).
Gli storici dell’arte hanno inoltre attribuito alla sua mano diverse opere sparse tra Valcamonica e Brescia: a Pisogne nella chiesa di Santa Maria in Silvis a Pisogne (1486-90); a Brescia nella libreria del convento di San Barnaba a Brescia (1490); a Esine nella chiesa di Santa Maria Assunta (1491-93); a Bienno nella chiesa di Santa Maria Annunciata e a Esine nella chiesa della Santissima Trinità (1490-94); a Berzo Inferiore i cicli della cappella dei santi Fabiano, Rocco e Sebastiano chiesa di San Lorenzo (1504).
Benché non si conosca con esattezza il giorno della sua morte, documenti notarili d’investitura per i figli Pasino e Giacomo confermano che Giovanni Pietro era già deceduto nel 1532. La sua opera rimane una pietra miliare della storia dell’arte lombarda, fondamentale cerniera di congiunzione tra le tradizioni alpine e il Rinascimento delle città.
Originario di Roncate, nei pressi di Lecco, e noto anche con l’appellativo di «Luganese», questo abile scultore si trasferì nella seconda metà del Settecento a Capo di Ponte, dove aprì una bottega specializzata nella lavorazione delle pietre e dei marmi.
Nel corso della sua carriera ottenne prestigiose commissioni sia in Valle Camonica sia nella pianura bresciana. Nel 1758 stipulò il contratto per la realizzazione del portale della parrocchiale di Orzivecchi, comune dove tornò nel 1766 per scolpire l’altare maggiore, su incarico del parroco di origini malonnesi don Giovanni Francesco Ricci. Negli stessi anni fu attivo anche a Corteno, dove lavorò all’altare del Rosario, e a Sellero, dove nel 1764 realizzò il tabernacolo della chiesa parrocchiale.
Tra le sue opere di maggior pregio spicca l’altare maggiore della parrocchiale di Cemmo, commissionatogli nel 1772 dalla Vicinia e dalla Confraternita del Santissimo Sacramento; di questo cantiere si conserva ancora un prezioso documento d’archivio che elenca dettagliatamente la varietà di marmi e pietre preziose impiegate.
La sua bottega di Capo di Ponte divenne un punto di riferimento fondamentale per l’artigianato locale, fungendo da fucina d’arte per numerosi apprendisti, tra cui esponenti delle famiglie Lascioli, Silva, Bona, Togni e Moncini.

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