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Cemmo

Cemmo rappresenta il centro geografico della Valle Camonica ed è un luogo simbolo per la sua storia antichissima: fu infatti proprio qui, nel 1909 con la scoperta dei celebri Massi di Cemmo nel Pian delle Greppe, che vennero segnalate per la prima volta le incisioni rupestri della valle.

L’importanza e la centralità di questo borgo nell’immaginario locale sono ben descritte dallo storico padre Giammaria Gandellini da Cemmo, che nel 1686 ipotizzava addirittura che il paese avesse dato il nome all’intera vallata («Camuna quasi Cemuna»), proponendo un parallelismo con quanto accaduto per Teglio in Valtellina o Sabbio in Valsabbia.

La storia del paese si intreccia indissolubilmente con la pieve di San Siro, antica chiesa plebana le cui prime attestazioni di culto risalgono all’VIII secolo, anche se l’edificio attuale risponde alle ricostruzioni romaniche dei secoli XI e XII. Ai piedi della scalinata d’accesso compaiono alcuni nomi incisi attribuiti all’età altomedievale (VI-VII secolo).

Presso la pieve si conserva inoltre un’eccezionale iscrizione del XII secolo che ricorda la distruzione di Milano ordinata da Federico I Barbarossa, con la successiva ricostruzione: «Hoc magistri doctoris iuris Oberti MCLXIII sacro die dignone captum est mediolanense a Federico imperatore et a Lombardis MCLXVII reedificatum est» (trad: «Questo testo è del maestro Oberto, dottore di diritto: nel sacro giorno del 1163 il dignone milanese fu preso dall’imperatore Federico e dai Lombardi nel 1167 fu riedificato»).

La struttura dell’antica corte vescovile comprendeva un castello, oggi scomparso, a presidio del passaggio sull’Oglio in contrada Réla. La fortezza, citata nel Designamento del vescovo di Brescia Berardo Maggi nel 1299, risultava tuttavia già distrutta a metà Quattrocento.

Attorno alla metà del Duecento si stabilì a Cemmo una comunità di Umiliati con luogo di culto dedicato a San Bartolomeo. Formata da una fratellanza mista di uomini e donne, la comunità svolse un ruolo chiave nella gestione contadina e finanziaria della zona fino alla soppressione dell’ordine nel 1571.

All’inizio del Quattrocento la locale famiglia Della Torre fu investita dai duchi di Milano del titolo di conti della contea di Cemmo e Cimbergo. Nel 1430 la Repubblica di Venezia confermò il conte Bartolomeo da Cemmo; tuttavia, dopo il suo successivo riavvicinamento a Milano, la Serenissima lo dichiarò ribelle e lo destituì del titolo. I diritti di pedaggio sul ponte furono quindi trasferiti dapprima al celebre condottiero Bartolomeo Colleoni (Solza, 1395 – Malpaga, 1475) e in seguito all’istituto della Misericordia di Bergamo, che ne mantenne i proventi fino al 1793.

La vita politica e sociale fu dominata da importanti casate locali. Tra queste spiccano i Franzoni, già attivi nel Duecento e Trecento tra i manenti vescovili, che espressero figure di primo piano come Baldassarre Franzoni, console di Cemmo e sindaco di Valle a fine Quattrocento. Nel Seicento i beni e il prestigio dei Franzoni passarono in gran parte ai Bazzini, giunti da Lovere a seguito di intrecci matrimoniali che coinvolsero Camilla Franzoni e il discendente Adorno Bazzini, cavaliere del duca di Parma Ranuccio Farnese. In età moderna si insediò a Cemmo anche un ramo della famiglia patrizia veneziana dei Priuli.

L’assetto urbano di Cemmo testimonia ancora oggi la ricchezza storica del borgo attraverso un’articolata suddivisione in contrade ed eleganti dimore signorili. Caratteristica dell’abitato sono i numerosi portali in pietra bianca del Quattro-Cinquecento. Negli estimi catastali del 1744 risaltano per il loro alto valore d’estimo la Casa Zitti, Casa Bazzini e Casa Visnenza. Casa Zitti, in origine appartenuta ai Franzoni, conserva decorazioni del primo Cinquecento e passò nel tempo ai Griffi e ai Ricci, prima di essere acquistata nel 1856 dal dottor Felice Zitti di Lovere.

Nel Settecento il paese sviluppò una forte vocazione siderurgica con la costruzione, nel 1760, di un imponente forno fusorio. L’impianto industriale venne ammodernato nel 1810 e rimase in funzione per oltre un secolo, fino alla definitiva chiusura nel 1883. Oggi è possibile ammirare ciò che rimane delle strutture nella parte alta del paese.

L’Ottocento segnò infine una svolta fondamentale per la vita spirituale ed educativa del territorio grazie all’arrivo, nel 1831, di Annunciata Asteria Cocchetti (Rovato, 1800 – Cemmo, 1882). Nel 1842 la Cocchetti vi fondò il suo Istituto ed educandato femminile, rilevando negli anni successivi diversi edifici storici nella contrada Tolera, tra cui Casa Ricci e Casa Faccendina.

Pieve di San Siro

 

Chiesa di San Bartolomeo

La chiesa di San Bartolomeo, che secondo la tradizione sorge sul sito di un’antica cappella con ospizio per viandanti (xenodochio), venne concessa come luogo di culto nel 1246 agli Umiliati.

Nel corso dei secoli l’interno ha subito diversi interventi di trasformazione: tra il Quattrocento e il Cinquecento la struttura fu rialzata e la facciata esterna venne affrescata con dipinti, mentre a seguito delle disposizioni di San Carlo Borromeo venne ricavata una sacrestia a sud convertendo un’ex stalla. Nel 1840 furono aggiunti dei vani sul lato nord per ospitare l’organo, e un paio d’anni più tardi, nel 1842, venne eretto il campanile oggi visibile dietro la zona corale.

La chiesa è stata a lungo utilizzata come luogo di sepoltura per i membri della comunità degli Umiliati. Una di queste tombe fu successivamente riutilizzata nel 1547 da Giovan Battista Ceresetti, che vi fece incidere un celebre verso di Ovidio: «Tendimus huc omnes, haec est domus ultima» (Tutti tendiamo a questo luogo, questa è la nostra ultima dimora).

All’esterno dell’edificio si conservano preziose tracce di affreschi tardo-quattrocenteschi che richiamano lezione pittorica di Giovan Pietro da Cemmo, raffiguranti figure illustri e sante elegantemente abbigliate. All’interno, l’arco trionfale è impreziosito da un’imponente Crocifissione databile attorno al 1470.

La storia del santuario si lega anche a una sentita devozione mariana: nel 1755 Pietro Bazzini vi fece collocare una copia della Madonna del Camino di Brescia, realizzata a memoria del miracolo avvenuto in città nel 1690. L’immagine, arricchita da una concessione di 100 giorni di indulgenza accordata dal cardinale e vescovo di Brescia Angelo Maria Querini, recava in origine lo stemma della famiglia Bazzini, poi rimosso nel 1769 quando i diritti patronali vennero ceduti al prevosto Giuseppe Albrici.

 

Chiesa di Santo Stefano

La chiesa di San Stefano è attestata per la prima volta nei documenti nel 1299, anche se l’origine del sito potrebbe risalire a un periodo ancora precedente rispetto all’impianto romanico duecentesco. Ancora nel 1459 la chiesa veniva lodata per l’ottimo stato di conservazione e per la sua centralità, cogliendo l’inizio di un processo che la portò ad assorbire gradualmente le funzioni liturgiche e parrocchiali un tempo riservate alla storica pieve di San Siro.

Il trasferimento ufficiale delle funzioni parrocchiali avvenne nel 1535, per poi giungere al definitivo assetto nel 1580, quando Carlo Borromeo decretò la separazione delle parrocchie di Cemmo e Capo di Ponte. L’area attorno all’edificio era occupata dal cimitero della comunità, scelto come luogo di sepoltura dalle più illustri casate nobiliari della zona, tra cui i Della Torre, i Federici e i Franzoni.

Dal punto di vista architettonico, la chiesa si distingue per una facciata in pietra estremamente curata, realizzata con conci squadrati e ben levigati. Su di essa si aprono un portale arricchito da un’originale sagomatura e una bifora superiore. Una peculiarità della struttura è l’inconsueta posizione del campanile, innestato direttamente sulla facciata: eretto nel Quattrocento e rialzato nel 1846, conserva alla base una lapide del 1444 commissionata da Baldassarre Franzoni.

Nel corso dei secoli l’edificio andò incontro a diverse modifiche urbanistiche e strutturali: nel 1868 fu ribassata la piazza antistante e nel 1872 venne costruito un portico cimiteriale, poi demolito nel 1895. Proprio nel 1895 la chiesa fu oggetto di un grande cantiere di ampliamento, che portò alla sua sopraelevazione e all’aggiunta delle navate laterali.

Chiesa di San Faustino e Santa Maria ad Elisabetta

L’origine di questo luogo di culto risale al pieno Medioevo: una prima cappella è citata già in un documento del 1132, una bolla di papa Innocenzo II che ne confermava la proprietà al monastero bresciano di San Faustino («in Cimmo Ecclesia Sancti Faustini»). Della struttura romanica originaria, orientata in origine verso il torrente Clegna, si conservano oggi alcune murature dell’XI-XII secolo, tra cui il campanile e alcune decorazioni, tra le quali una protome umana aggredita da un drago.

Nel corso del Cinquecento l’edificio andò incontro a un grave degrado, tanto che durante una visita del 1562 venne descritto sconsolatamente come ridotto a «stalla per asini». La rinascita arrivò nei primi anni del Seicento: nel 1611 vi fu trasferito il culto della Visitazione di Santa Maria ad Elisabetta e si procedette a costruire una nuova aula sul lato opposto dell’antica chiesa. Questo cantiere diede vita a una struttura singolare, caratterizzata da due diversi accessi indipendenti. 

La nuova intitolazione e il successivo trasferimento delle funzioni liturgiche si legano alla scomparsa di un altro edificio storico del borgo: l’antica chiesa di Santa Maria Vecchia, situata nella parte bassa di Cemmo, la cui memoria sopravvive oggi nella toponomastica della via omonima. Dopo essere caduta in disuso nel corso del Quattrocento, la chiesetta venne affidata nel 1562 alla Confraternita dei Disciplini, per poi venire definitivamente abbandonata all’inizio del Seicento.

Nel 1611 il titolo mariano e la sede della confraternita vennero così trasferiti ufficialmente presso l’oratorio di San Faustino, unendo il ricordo delle due istituzioni religiose in un unico complesso sacrato.

 

Antico convento di Santa Dorotea

Fondato nel 1638 per volontà testamentaria di Giacomo Donzella e intitolato a Santa Dorotea, il convento sorgeva nella zona a valle di Cemmo, lungo l’attuale via Convento. Affidato in origine ai frati francescani riformati, il complesso comprendeva una chiesa a tre altari, un’infermeria e una ricca biblioteca.

La bellezza e l’eleganza della struttura traspaiono nitidamente dalle testimonianze dell’epoca: nel 1698 padre Gregorio da Valcamonica la definiva una «notabile fabbrica, con due chiostri, nel secondo dei quali i fiori del giardino ridono allo spruzzo dell’acqua che sorge da una fontana di pietra».

La storia del convento si concluse bruscamente nel 1805 a causa delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi decretate dal Governo Italico. Rilevato dalla famiglia Cogordani di Capo di Ponte, il complesso fu in seguito interamente demolito insieme alla chiesa annessa.

 

Le Suore Dorotee di Cemmo
In seguito alla soppressione del convento francescano di Santa Dorotea durante le demanializzazioni napoleoniche di inizio Ottocento, nel 1821 Erminia Panzerini (Cedegolo, 1790 – Cemmo, 1842), nipote del ricco Lodovico, decise di dedicarsi all’istruzione delle ragazze della Valle Camonica. Per garantire una guida qualificata alla scuola, la Panzerini invitò a Cemmo nel 1831 Annunciata Cocchetti (Rovato, 1800 – Cemmo, 1882), che a 22 anni aveva istituito una scuola femminile nel proprio paese d’origine, Rovato.

Dopo oltre dieci anni di insegnamento e a seguito della scomparsa della Panzerini, Annunciata volle legare stabilmente l’opera camuna alla congregazione veneziana delle Suore Maestre di Santa Dorotea, fondata da don Luca Passi. Svolto un breve periodo di noviziato a Venezia, il 9 ottobre 1842 la Cocchetti fece ritorno a Cemmo insieme a due consorelle. Il 3 ottobre 1843, con la cerimonia di vestizione e la prima professione dei voti, nacque ufficialmente la prima comunità religiosa del luogo.

La giovane istituzione dovette affrontare da subito un momento critico: nel novembre 1846 un rovinoso incendio distrusse gran parte del fabbricato. Sotto la guida tenace di Madre Annunciata, la struttura fu celermente ricostruita e arricchita da una cappella interna per le suore e le educande, oltre all’alloggio per il cappellano.

Nel 1853, su impulso del vescovo di Brescia Girolamo Verzeri, intenzionato a radicare l’ordine nella diocesi e a tutelare l’opera dalle leggi di soppressione statali, l’istituto ottenne l’autonomia dalla casa madre veneziana con l’apertura di un proprio Noviziato a Cemmo. Negli stessi anni la congregazione espanse i propri spazi nel centro abitato acquistando storiche dimore nella contrada Tolera, tra cui Casa Ricci nel 1854 e la seicentesca Casa Faccendina.

Alla morte di Madre Annunciata Cocchetti, il 23 marzo 1882, l’istituto rappresentava il principale polo educativo, scolastico e spirituale per le giovani dell’intera vallata. Nel Novecento l’opera delle Dorotee si diffuse ben oltre il territorio camuno: dopo l’apertura della sede di Brescia (con il centro Mater Divinae Gratiae), nacquero comunità a Milano (con il Centro Asteria) e a Roma, fino ad ottenere l’approvazione pontificia nel 1934. In seguito la congregazione ha avviato missioni in America Latina (Argentina, Uruguay, Brasile), Africa (Repubblica Democratica del Congo, Camerun) ed Europa (Inghilterra).

Il 21 aprile 1991 papa Giovanni Paolo II ha proclamato beata Annunciata Cocchetti. Le sue spoglie sono custodite e venerate nella cappella della Casa Madre di Cemmo, da sempre centro propulsore della congregazione.

Bibliografia

  • Curiosj trattenimenti continenti raguagli sacri e profani dè popoli camuni, a cura di padre Gregorio di Valcamonica, Venezia 1698.
  • Cemmo: storia di una pieve camuna con note storiche intorno alle parrocchie di Capodiponte e Pescarzo, a cura di F. Murachelli, 1978.
  • Grande guida storica di Val Camonica, Sebino, Val di Scalve: dal 1596 al 1935, a cura di M. Ricardi, G. S. Pedersoli; con un inedito A. Caggioli, Cividate Camuno 1992.
  • Capo di Ponte: guida turistica, a cura dell’Agenzia Turistico Culturale di Capo di Ponte, Gianico 2009.
  • Cemmo: tracce di una storia millenaria, a cura di M. Mottinelli, Breno 2024.
Testi: Luca Giarelli